Etica nel Sole per Samburu Community Farm

A Maralal, in Kenya, Etica nel Sole ha installato un impianto fotovoltaico stand alone presso la Samburu Community Farm. L’obiettivo è produrre energia elettrica per alcune macchine del laboratorio alimentare della fattoria.
Qui l’erogazione dell’energia elettrica è spesso interrotta rendendo molto difficoltose le attività artigianali, di formazione professionale e commerciale. Per questo motivo, gli abitanti spesso si procurano generatori a gasolio altamente inquinanti e costosi, visto che il prezzo del combustibile è molto oneroso.
Il progetto Samburu Community Farm vuole favorire lo sviluppo sostenibile della popolazione locale attraverso la promozione economica e sociale, agendo in particolare sull’autosviluppo del popolo Samburu attraverso la filiera agricola e zootecnica. E prevede anche un laboratorio di trasformazione degli alimenti per la produzione di gelati, yogurth, pane, ecc.

L’impianto fotovoltaico ed è stato ideato per:
– fornire energia elettrica al laboratorio alimentare in modo costante ed economico
– diminuire gli effetti devastanti dell’inquinamento proveniente dai generatori alimentati dalle fonti fossili
– far conoscere un modello energetico alternativo con effetti ambientali ed economici positivi
– trasferire competenze alla popolazione locale.

Etica nel Sole ha offerto gratuitamente la consulenza progettuale e tecnica e l’installazione in loco.
Fischer Italia ha fornito gratuitamente il suo supporto tecnico ed i materiali necessari per la costruzione della struttura di sostegno dell’impianto.

I racconti ci arrivano direttamente dai quattro soci che hanno trascorso più di una settimana di marzo a Maralal.

Il viaggio da Nairobi a Maralal

Lunedì mattina carichiamo i bagagli e saliamo sul nostro mezzo di trasporto: un fuoristrada robusto e spazioso, che deve condurci per oltre trecento chilometri di strade africane fino a Maralal.
La prima Africa che possiamo osservare alla luce del giorno, oltre il cancello della Consolata, è una strada trafficatissima, un ingorgo di automobili, pulmini carichi di bambini che vanno a scuola, auto governative e gli immancabili Matatu che trasportano passeggeri e bagagli stipati gli uni sugli altri. Le motociclette sfrecciano in mezzo alle auto, i venditori si affacciano ai finestrini degli automobilisti in coda e tantissime persone attraversano la strada, rischiando di essere investite.
Appena il traffico diminuisce possiamo osservare quello che accade attorno a noi: tutti sono indaffarati a camminare verso il lavoro (qualcuno percorre anche una decina di chilometri a piedi per raggiungere Nairobi), c’è chi corre, chi trasporta carichi voluminosi su mezzi improbabili, qualcuno sta allestendo le bancarelle dove esporre i propri prodotti, ci sono biciclette e carretti ovunque.

Lungo la strada si susseguono strutture e scuole missionarie, ai lati della carreggiata sono state costruite baracche in legno e lamiera, bancarelle e mercati spuntano in ogni dove, ogni tanto si scorge qualche struttura più alta e robusta in cemento e mattoni. I colori di tutte queste costruzioni sono vivaci, ma ciò che ci colpisce di più sono le abitazioni colorate interamente, riproducendo con fedeltà pubblicità e brand occidentali.

Qualche struttura sembra una grossa scatola di scarpe. Impariamo velocemente il nome delle compagnie di telefonia locali e del prodotto contro il mal di testa più diffuso. Infine ci scappa una risata scorgendo un venditore di penne in una baracca tutta pitturata di giallo con il famoso omino del rinomato marchio, disegnato di nero con sbalorditiva precisione. Tuttavia l’Africa è un susseguirsi di colori, persone indaffarate, povertà e costruzioni miserabili, una grande operosità che si svolge lungo la strada, un insieme di realtà insolite ed affascinanti che lascia a bocca aperta.
L’occhio diventa quasi ingordo e non vorrebbe farsi sfuggire nulla. Soprattutto per chi è alla prima esperienza, l’Africa è stupore, curiosità, confusione. Solo poco alla volta si può fare esperienza delle attività locali: c’è chi si occupa di costruzioni e carpenteria, chi vende generi alimentari, qualcuno vende pelli di mucca, qua e là delle strutture fatiscenti ad un solo piano fungono da hotel per i viaggiatori, ci sono mercati, bazar e qualche pub per la birra, qualcuno taglia la legna.

Più ci si allontana dalla città, più aumentano gli spazi coltivati e l’allevamento di capre, asini e qualche mucca, che brucano con avidità l’erba che cresce rada e bassa nella terra rossastra.

La strada che seguiamo è asfaltata di recente, ampia, talvolta a due corsie, le linee di mezzeria sono ben delimitate. Parallelamente alla strada corrono i cavi dell’elettricità e per alcuni tratti anche i binari della ferrovia. La strada prosegue sempre inesorabilmente in salita, il motore fatica e alcune volte ci troviamo quasi all’altezza delle nuvole più basse. I controlli di polizia sono frequenti e Patrick, la nostra guida, ci spiega che è necessario rispettare i limiti di velocità, perché ogni auto è dotata di una scatola nera digitale che registra la velocità di percorrenza.

Il paesaggio che incontriamo è incredibilmente verde e ricco di vegetazione e non ha nulla a che vedere con quelle che erano le nostre aspettative! Gli alberi sono alti e fitti, non è raro trovare pozze d’acqua, ci sono campi coltivati e gli animali trovano dell’erba abbastanza facilmente. Solo dopo avere superato Naivasha la vegetazione diventa più bassa e rada, il terreno assume tonalità di grigio e finalmente riusciamo a scorgere degli animali tipici africani: le zebre che pascolano tra gli arbusti e i babbuini che rovistano tra i rifiuti al bordo della carreggiata. A questo punto anche le abitazioni si fanno più diradate e vediamo la popolazione raggruppata in villaggi.

Una volta raggiunta Gilgil la strada diventa impervia e a tratti neppure asfaltata, tuttavia proviamo l’ebbrezza di passare l’equatore in automobile e ritornare nel nostro emisfero.

La strada prosegue fino ad arrivare a Nyahururu a quota 2300mt slm, che è la cittadina di discrete dimensioni alla quota più elevata di tutto il Kenya. Qui possiamo fermarci a mangiare e ammirare delle belle cascate con un salto d’acqua di oltre 70mt.

Il Kenya offre una natura e dei paesaggi spettacolari. Percorrere un lungo tragitto ci ha dato la possibilità di ammirare nello stesso giorno, nonostante qualche nuvola e una certa foschia, profonde rift valley, laghi, vulcani, le montagne Aberdare e in lontananza anche il Monte Kenya

Anche l’alternarsi dei paesaggi lascia stupiti; in breve tempo l’orizzonte può mutare radicalmente, passando da foreste verdeggianti e fitte più consone al nord-america, trasformandosi in distese di polvere e terra arida, dove crescono arbusti rinsecchiti, cactus e aloe.

Lasciata alle spalle Nyahururu, il resto del nostro viaggio riprende addentrandosi nella terra dei Samburu, etnia nomade dedita alla pastorizia, che vive in capanne tradizionali di paglia ed escrementi. Possiamo ammirare i loro colorati abiti tradizionali, mentre li scorgiamo condurre i loro greggi tra gli arbusti e il terreno secco e inospitale.

La popolazione in questa zona è molto scarsa e la natura selvaggia delle terre che attraversiamo ci consente di scorgere e fotografare ancora zebre, facoceri, babbuini e pure i dromedari, oltre naturalmente ad un gran numero di volatili.
Tuttavia non abbiamo la fortuna di avvistare i leoni; infatti Patrick ci informa che i leoni, quando la temperatura è elevata, sono soliti ripararsi all’ombra e che probabilmente non sarà facile vederli al di fuori dei parchi naturali. Nonostante questo restiamo particolarmente sorpresi dalla frequenza con cui abbiamo potuto vedere animali allo stato selvatico pascolare in prossimità dell’uomo e delle strade. Le zebre in particolare, contrariamente alle aspettative, sono uno degli animali più diffusi e non è affatto necessario partecipare a dei safari per osservarle.

La nostra guida ha fretta di arrivare a destinazione, così tra fotografie e qualche sporadica sosta, il nostro viaggio arriva a conclusione nel tardo pomeriggio a Maralal, dove veniamo accolti e rifocillati da Padre Simone, che ci mostra la nostra sistemazione e si preoccupa di farci sentire a nostro agio e farci avere la cena.

Al lavoro

Mercoledì è tempo per tutti di mettersi al lavoro. I ragazzi della gelateria ci hanno già mostrato i loro macchinari e sono impazienti di avere energia dall’impianto. Da parte nostra non resta che garantirgli l’indipendenza energetica al più presto e correre ad assaggiare un invitante gelato, che tra poco potremo sentire di avere contribuito a realizzare.
I membri della missione ci spiegano che in Kenya il costo dell’energia è molto alto, soprattutto in relazione al costo della vita, mentre naturalmente la posizione geografica consente un’ottima esposizione alla luce solare, per generare energia pulita autonomamente.
Nessuno di noi tarda ad accorgersene: nonostante il calendario segni il mese di marzo le temperature sono già molto elevate fin dalle prime ore della giornata, il sole si fa sentire con insistenza sulle lamiere dei tetti e sulla nostra pelle non abituata alla violenza del calore africano. Tuttavia, mentre la popolazione locale, messa a dura prova dalla siccità del terreno e dalla difficoltà di trovare pozze per il bestiame non ancora del tutto prosciugate, aspetta con ansia la stagione delle piogge, noi siamo contenti che il bel tempo perduri, affinché si possa lavorare agevolmente sul tetto.
Il primo passo è quello di preparare la struttura di ancoraggio dei pannelli, sul tetto di lamiera. La mattina passa rapidamente nel realizzare la traccia dell’impianto e la preparazione di tutto il necessario.

Il materiale è stato garantito da Fischer Italia. Affascinati dal progetto di Etica nel Sole, convinti della validità della pianificazione e degli intenti, non hanno esitato a rendersi disponibili a collaborare con noi, offrendo il materiale necessario per installare le strutture di sostegno e inviandolo qui gratuitamente.
In questo modo se da un lato abbiamo dovuto prendere confidenza con un tetto che non avevamo mai visto prima (se non in foto) e un panorama mozzafiato, affatto diverso da quello che possiamo osservare comunemente dai tetti, dall’altro non abbiamo tardato a sentirci a casa nell’utilizzare le stesse modalità e lo stesso materiale che usiamo per gli impianti in Italia.

Non bisogna credere che un impianto fotovoltaico necessiti solamente della fase di posa dei moduli, infatti la maggiore complessità riguarda l’installazione elettrica e la compatibilità del nostro sistema con l’impianto elettrico esistente. Comunicando in inglese, è Leonard a mostrarci le intricate connessioni elettriche delle strutture della missione.
Insomma: una parte del lavoro si svolge sui tetti, una parte consistente anche a terra!

A metà giornata la stanchezza si fa sentire più del solito, le ore di viaggio accumulate nei giorni precedenti e l’adattamento al fuso orario si sommano inesorabilmente all’aria rarefatta. Un orizzonte pianeggiante inganna l’occhio, ma non bisogna dimenticare che ci troviamo su un altopiano a quasi 2000mt di quota.
A fine giornata siamo contenti di sentire i campanelli della bicicletta dei gelati suonare allegramente di ritorno dalla città e vedere la nostra struttura di sostegno per fotovoltaico ormai ultimata. Le giornate di lavoro in Africa sono scandite dal sole, che all’equatore sparisce con incredibile velocità al tramonto, per lasciare sulla terra stanca un buio fitto e avvolgente, che non trova l’opposizione di nessuna luce artificiale. Non resta che riposarsi, abbandonandosi al silenzio che circonda tutto quanto.

Nella terra dei Samburu

Alcuni studiosi sostengono che le idee più diffuse non sono necessariamente quelle più vantaggiose per l’uomo, ma quelle capaci di diffondersi in maniera più efficace, con un forte potere di replicazione. L’agricoltura è certamente una di queste idee di grande successo, che l’uomo non ha faticato ad imitare e diffondere in maniera capillare, adeguandosi ad uno stile di vita sedentario. Tuttavia esistono ancora rari posti nel mondo dove si incontrano popolazioni dedite alla pastorizia, che continuano a restare fedeli ad una millenaria tradizione di nomadismo. Un esempio che abbiamo avuto la fortuna di conoscere è la tribù Samburu, per i quali il tempo si è fermato, lasciandoli indifferenti al progresso e mantenendoli fedeli alla natura, ai valori tradizionali e ai ritmi scanditi dalle fasi della giornata e delle stagioni.
I Samburu sono l’etnia più numerosa nella zona in cui ci troviamo; secondo quanto riporta la loro religione tradizionale, essi ritengono di essere stati generati sulle sponde di un piccolo lago a poca distanza da dove stiamo realizzando la nostra installazione. I Samburu hanno sviluppato un forte legame con la terra, tanto da ritenerla, assieme al bestiame, una loro esclusiva proprietà. Questo fatto non è difficile da comprendere, considerando che la loro sussistenza non si basa sullo sfruttamento della proprietà privata, bensì sulla mobilità all’interno del loro territorio, alla ricerca di acqua e di fonti di sostentamento.
Gli animali che vengono allevati dai Samburu rappresentano per loro l’unica ricchezza, il loro numero conferisce prestigio sociale e funge da valore di scambio per acquistare una moglie e suggellare il matrimonio. Un animale per qualcuno può valere addirittura più di una vita umana e molti conflitti scaturiscono proprio da contenziosi legati al bestiame.

I Samburu non sono l’unica etnia che si è stabilita in Kenya, che nel corso dei secoli ha visto l’insediamento di numerosi gruppi tribali, giunti qui dalle regioni circostanti, attratti dalle condizioni climatiche e da un ambiente tra i più favorevoli di tutta l’Africa orientale.
L’appartenenza tribale, con le relative culture e tradizioni, è un aspetto identitario di fondamentale rilevanza in questo Paese, nonché una causa di consistenti e frequenti conflitti tra tribù.
In particolare l’area in cui stiamo operando, ha subito una considerevole migrazione della truibù Turkana. I Turkana, originari dalla regione dell’omonimo lago, sono allevatori di tradizione nomade e provengono da una terra estremamente arida e povera, nella parte nord-occidentale, al confine con il Sudan. Alcuni membri di questa tribù, attratti dal suolo leggermente più fertile e da riserve di acqua per il bestiame, hanno deciso di stabilirsi nei dintorni di Maralal.
La concomitanza di Samburu e Turkana non si è rivelata affatto amichevole. I Samburu si ritengono legittimi proprietari del suolo e delle bestie e considerano loro appannaggio lo sfruttamento di tutte le risorse del loro territorio. La presenza di un’altra tribù dedita alla pastorizia, che minacciava di impoverire le scarse risorse a disposizione, rappresentava una minaccia per la sopravvivenza e per il prestigio della tribù; così i Samburu hanno proibito ai Turkana di dedicarsi all’allevamento, relegandoli ad un’attività misera e dozzinale di estrazione e vendita di carbone. Una minoranza di Turkana ha intrapreso per la prima volta semplici attività agricole cercando di adattarsi ad uno stile di vita sedentario.
Sicuramente nei prossimi giorni avremo modo di conoscere più nel dettaglio queste vicende, che per il momento possiamo solamente accennare superficialmente.

La giornata di lavoro procede a singhiozzo con continue interruzioni causate dalla pioggia. All’equatore le piogge arrivano all’improvviso, con grossi goccioloni che percuotono sonoramente le tettoie e le fronde degli alberi, seguiti da raffiche di vento. Il cielo diventa scuro tutto d’un tratto, nascondendo il sole dietro a spesse nubi, abbassando la temperatura in maniera repentina. Gli sbalzi termici ci costringono ad adeguare di sovente l’abbigliamento e la pioggia ci impone di scendere con grande velocità dal tetto di lamiera, che si trasforma in una superficie sdrucciolevole e insidiosa.
Gli abitanti del luogo ci spiegano che la stagione delle piogge è alle porte: in Kenya le piogge si concentrano quasi interamente da metà marzo a metà giugno e da metà ottobre fino a natale, garantendo due raccolti per ogni anno.
In questi periodi le precipitazioni cadono abbondanti e quando si rovesciano sulla terra arida creano allagamenti e inondazioni, le strade diventano in breve impraticabili, i ponti crollano e i pesanti container degli aiuti umanitari affondano nel fango.

Fine lavori

Martedì è il giorno della fine lavori. L’impianto elettrico è ultimato e non resta che effettuare gli indispensabili controlli di routine, per controllare che ogni componente funzioni a dovere e per programmare gli inverter e il software che gestisce l’impianto. Si tratta di una parte molto delicata, che ci tiene occupati fino all’ora di pranzo.
Scusandoci con l’autista, tardiamo a partire per caricare le batterie ed istruire Leonard sulla manutenzione.
In realtà un impianto fotovoltaico non richiede pressoché alcuna manutenzione, tuttavia è opportuno avere una persona in grado di conoscere il funzionamento dell’impianto se dovessero manifestarsi eventualità impreviste.
Inoltre considerando la nostra imminente partenza e la distanza che ci lasceremo alle spalle, è necessario avere formato qualcuno capace di comunicarci i rapporti sull’efficienza dell’impianto, affinché sia possibile per noi monitorare costantemente la situazione dall’Italia.
Ad ogni modo dopo pranzo constatiamo che le batterie sono cariche e tutto funziona a meraviglia! Siamo soddisfatti di vedere il nostro impegno e le tante ore di lavoro premiate da un buon risultato e dalle facce contente di chi usufruirà dell’energia che viene prodotta.
Con tanti saluti calorosi e le foto ricordo, partiamo per un viaggio a tappe che ci porterà fino a Nairobi per il volo di ritorno.

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