L’Allamano inserito nel sociale – p. Pavese

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Un ringraziamento speciale a p. Francesco Pavese per averci fatto conoscere qualcosa in più sull’Allamano lo scorso sabato 12 aprile.

Durante il primo incontro ci ha introdotti nella sfera dell’impegno nel giornalismo cattolico, questa volta abbiamo ascoltato come intervenne in un’iniziativa particolare di ordine sociale: il Laboratorio della Consolata.

“La gente si fidava di lui e gli offriva aiuti, perché sapeva dove andavano a finire. Lui era libero interiormente. Non pensava a sé, ma era attento alle necessità altrui in modo non comune.
Il suo motto era: “Il denaro serve per fare del bene, non per stare bene”! ”

Ecco lo scritto completo: Incontro Pavese 12 aprile 2014 | PDF

Al prossimo incontro!


L’ALLAMANO INSERITO NEL SOCIALE

Rivoli – 12 aprile 2014 – Gruppo Impegnarsi Serve

È indubbio che l’Allamano appartiene alla schiera dei “Santi sociali” di Torino, benché il suo interesse preminente, per cui è ricordato, riguarda la formazione dei sacerdoti, la promozione della piertà mariana e attraverso il santuario della consolata e la fondazione dei due Istituti missionari. Quando ci siamo incontrati, vi ho presentato, in breve, come l’Allamano collaborò, con idee e con aiuti finanziari, alla stampa cattolica. Questa volta vi propongo come intervenne in una iniziativa particolare di ordine sociale: il Laboratorio della Consolata; e poi vi proporrò una riflessione sul suo spirito.

IL LABORATORIO DELLA CONSOLATA

È una delle opere cui l’Allamano ha offerto una
forte collaborazione in consigli e in aiuti, dall’inizio fino alla fine. Per comprendere il valore di questa opera bisogna partire dall’inizio. L’Allamano era amico della Famiglia Franchetti. Era confesore della mamma (piuttosto scrupolosa), delle figlie (era quattro), Intervenne per far laureare in scienze naturali il giovane sacerdote Pietro Franchetti (vi era un altro sacerdote più anziano: Domenico). Le sorelle Franchetti si resero conto che a Torino lavoravano circa 20.000 sarte (“lavoranti d’ago”), in situazioni socialmente poco agievoli e moralmente esposte a pericoli. «Nella maggior parte dei grandi laboratori di sartoria il riposo festivo era desiderio vano, le ore di lavoro spesso eccedevano qualunque più forte resistenza fisica. […]. Come conseguenza di tutto ciò era frequente nel numerosissimo ceto delle lavoratrici sarte torinesi il sovraccarico della fatica, il danno della salute, il malcontento della propria condizione, l’impossibilità di una elevazione morale e religiosa, lo sperpero degli scarsi stipendi». Le sorelle Franchetti vollero rimediare a questa situazione e fondarono un laboratorio che garamtisse migliori condizioni sociali e religiose.

Il laboratorio fu inaugurato il 3 aprile 1899 con una Messa al santuario della Consolata celebrata dal gesuita P. Fedele Savio. Il Bollettino “La Consolata” ne diede notizia scrivendo tra l’altro: «Lo scopo del Laboratorio è di educare cristianamente delle sarte, le quali poi a suo tempo, divenute padrone di sartorie, osservino il riposo festivo, e così si tolga, o almeno si diminuisca d’assai, la piaga sociale così radicata specialmente nella classe delle sarte, di profanare i giorni di festa. […]. Il Rettore del Santuario ha consentito di buon grado che prendesse il nome della Cosolata, e di più destinò per la sala del lavoro un bel quadro, ritraente con rara perfezione l’immagine miracolosa della nostra celeste patrona».

A questa iniziativa contribuirono diverse persone, anche sacerdoti, e in modo particolare l’Allamano, la cui opera fu più effettiva che appariscente, come era suo solito. Lo attestarono le due sorelle Franchetti, Giovanna e Teresa. Inviando un’offerta per le missione nel 1930, la sig.na Teresa Franchetti scrisse al P. Sales: «Il Laboratorio della Consolata vuole pure far conoscere l’imperitura sua riconoscenza al Venerato C.co Allarmano, che fu per più di 20 anni il Consigliere illuminato del Laboratorio; il benefattore generoso, sia nell’ordine temporale, sia in quello spirituale, consacrando alla Direzione del Laboratorio un tempo per Lui tanto prezioso».

In una testimonianza del 1933, le due sorelle Teresa e Giovanna attestarono: «Per riguardo al “Laboratorio della Consolata” si potrebbe a ragione chiamare il can. Allarmano il “Confondatore”, nel senso che senza di lui il Laboratorio non si sarebbe certamente fondato. Troppe erano le difficoltà e non pochi ecclesiastici, molto pii anch’essi, erano contrari, chi per una ragione e chi per  un’altra, alla sua fondazione.
L’Allamano invece subito l’approvò, la incoraggiò, concesse che la nuova istituzione si intitolasse alla SS. Vergine Consolata, e regalò egli stesso il quadro della Madonna. In seguito ne fu il più valido sostenitore sia morale che materiale. Si può dire che non passasse settimana senza che una di noi si recasse da lui ad esporgli qualche sorta di difficoltà, ed egli benevolmente ci riceveva, pazientemente ci ascoltava, poi ci dava il suo consiglio. Sempre che i suoi consigli seguimmo ne fummo contente. Riteniamo anzi che alcuni suoi consigli avessero dello straordinario, perché furono delle vere profezie».
Che l’Allamano abbia collaborato anche nella conduzione di questa iniziativa, aiutando a prendere decisioni importanti, lo attestano le sorelle Franchetti nella stessa testimonianza appena riportata: «Ancora quando si trattò di fondare la succursale a Roma [nel 1910], egli fu a dare la sua approvazione e i suoi illuminati consigli. Essendo poi scoppiata attorno a questa succursale una fiera tempesta, per cui sembrava che la casa dovesse o chiudersi o cambiare indirizzo, l’Allamano, messo da noi al corrente delle cose, non esitò un istante a prendere posizione in nostro favore, affermando, con una risolutezza che ci impressionò, che il Laboratorio di Roma doveva rimanere nostro e ritenere lo scopo della fondazione; poi concluse, rivolgendosi a Giovanna: “Lei, stasera, partirà per Roma”. Alle obiezioni dell’interessata, rispose: “Bene, Partirà domattina. Vada a Roma e vada da Padrona”. Si andò a Roma, si fede “da padrone” e l’opera fu salva».

Nel 1910, in una celebrazione al Santuario, l’Allamano tenne un sermoncino, in cui disse tra l’altro: «Il Laboratorio incominciò come piccola pianticella, crebbe tra mille difficoltà e insidie del demonio, ma finalmente è ben consolidato. Nei momenti tristi voi ricorreste in questi anni alla vostra Patrona, che sempre vi consolò. […]. Dicono che la Consolata è invadente (ora è conosciuta in Inghilterra, America, Siria, Cina e Africa): Portatela con voi, spargetene le glorie. […]. Ricordate il fine del Laboratorio: asilo, esempio e rimprovero […]. Dimostrate che si può essere sarte e cristiane […]; il nostro apostolato è un aposotlato tra i cattivi cirsitani come i Missionari e le Missionarie lavorano tra i pagani. Io a nome della comune Madre vi benedico e vi prometto vittoria e molta messe nel mondo».

Nel 1912, in una celebrazione analoga per l’inauguazione di un secondo Laboratorio in Torino, disse ricordando le difficoltà che il Labratorio dovette affrontare in passato: «Ma c’era di mezzo la Consolata, la nostra Patrona, ed il laboratorio si sostenne, superò gravi prove materiali e morali; si consolidò ed ora vive di vita florida: un centinaio di figlie lavorano all’ombra della Consolata e si allevano cristiane e morigerate. […]. La Consolata benedirà anche questa seconda casa».
Anche quando la sig.na Giovanna Franchetti morì, l’Allamano sostenne la sig.na Teresa perché continuasse l’opera. In una lettera del 1922 le scrisse: «Al presente, comunque stiano le cose, bisogna salvarlo [il Laboratorio] Non sono io che possa farlo, vecchio, infermiccio e desideroso di sgravarmi già di un fardello maggiore. V. S. come erede tenga fermo, esiga tutti i conti di Roma, e non faccia alcuna firma pericolosa. Quanto a comunità religiose si penserà. Io sono trattenuto in casa per piccoli malori, che presto passeranno. Verrò da lei e conferiremo. Preghiamo e conosceremo la Volontà di Dio».

Nella lunga lettera che Teresa scrisse nel 1933 al p. L. Sales, si legge: «Quante volte abbiamo scongiurato il buon Padre [l’Allamano] di prendere il Laboratorio sotto la sua guida spirituale e temporale; ma egli adduceva essere ormai vecchio e sopracarico di Lavoro. E perché non potrebbero fare i suoi Figli [Missionari della Consolata] quello che non fece il Padre?. […]. Tanta era la nostra sitima e venerazione. E così in famiglia: “Lo ha detto il Can.co Allamano”, era tutto detto, e si ubbidiva con cuore sereno e fiducioso. Che dolore, che strazio la sua perdita! Quante Lacrime! Era per noi la perdita di un padre amantissimo».

ALTRE INIZIATIVE

L’Allamano fu coinvolto in molte altre iniziative. Le elenco soltanto: L’Istituto per le cieche; Pia Unione fra le Operaie della Fabbrica Tabacchi del Regio Parco; Pia Unione della Consolata tra le tessitrici della fabbrica Brass e Abrate; Pia Unione della Consolata fra le operaie del cotonificio Poma; e altre.

La relazione per il Congresso mariano redatta dal teol. Carlo Gaja annota:«La splendida corona di cuori votivi ond’è quasi coperta la [statua della] Consolata quando il 20 giugno di ogni anno incede trionfale per le vie di Torino, ci dice che il terreno è propizio più che non sembri. Le iscrizioni dorate che pendono da questi cuori dicono: Operaie delle fabbriche Brass e Abrate, Gilardini, Martino, Calandra, Bevilacqua, Rossi, Delorme, Brachetto… e sempre Operaie, Operaie». Come si vede, attraverso la cooperazione dell’Allamano, il mondo operaio femminile aveva un punto di riferimento nel Santuario e trovava nella Consolata un valido sostegno.

Il sabato precedente la festa di S. Giuseppe del 1900, nel Santuario si svolse una solenne funzione di ringraziamento per la guarigione dell’Allamano dalla grave malattia, con grandioso concorso di popolo. «Il giorno seguente della menzionata funzione, si legge in una relazione del bollettino “La Consolata”, oltre duecentocinquanta iscritte alla Pia Associazione della Consolata fra le operaie Tabacchi e le operaie dei Cotonifici A. Poma e dell’Aurora, si raccoglievano co’ loro distintivi tra le silenti pareti della Cappella sotterranea della B. V. delle Grazie. [Parteciparono alla Messa con canti e lodi alla Consolata] offrendole in fine un magnifico cuore d’argento racchiuso in ricca cornice. Era un gentile tributo, che di loro inziativa vollero porgere a Maria SS., in attestato di riconoscenza per l’ottenuta conservazione dell’amato loro fondatore […].».10 La presenza dell’Allamano in queste associazioni era considerata molto importante tando da definirlo “fondatore”.

UNA DOMANDA SUL SUO SPIRITO

Ci domandiamo: come ha potuto l’Allamano, partendo dalla sua sensibilità verso il sociale, avere anche la possibilità e la voglia concreta di aiutare finanziariamente tante iniziative?

Al suo tempo era considerato uno nelle cui mani passava tanto denaro. Un foglio anticlericale, intitolato “L’Asino”, pubblicò una caricatura sull’Allamano, perché lo riteneva ricco. Il P. Lorenzo Sales IMC scrive: «Udii più volte raccontare che il famigerato settimanale “L’Asino” pubblicò una volta una vignetta che rappresentava l’Allamano che portava sacchetti di monete; ad indicare che… sapeva spillare tanto bene il denaro dal popolo… Questo avvenne, se non erro, durante una delle tante furibonde lotte che si svolgevano a Torino durante le elezioni municipali. I Socialisti avevano anche promesso, se vittoriosi, di dar fuoco alla Consolata».

Noi sappiamo come l’Allamano ha fatto uso dei suoi beni e come viveva la povertà sacerdotale. Lui stesso ha ammesso di avere speso tutto per i poveri e per la missione e di non avere neppure più bisogno di fare testamento.

Per spiegare il suo spirito, vi porto qualche esempio sul suo modo concreto di comportarsi, nella vita ordinaria, sul piano delle offerte e delle ricompense. Non tutti i benestanti sono generosi.

Abbiamo tanti piccoli episodi che dimostrano come era generoso nel ricompensare. Per esempio: uno dei domestici del card. Richelmy, ha rilasciato in ritardo una dichiarazione su come l’Allamano si comportava quando era invitato a pranzo dal cardinale. La sua testimonianza termina con queste parole: «Non mancava mai di dare a noi domestici una buona mancia, la più cospicua che noi ricevessimo». Invitava i convittori ad essere generosi con i domestici. Pagava la retta a convittori poveri. Pensava ai sacerdoti poveri. Lo attesta P. D. Ferrero:«Avendo ricevuto una somma di denaro, soggiungeva: “Vedi, la Divina Provvidenza! C’è appunto una signora che ne ha tanto bisogno…ci sono anche vari Sacerdoti che vengono a celebrare alla Consolata. Ricevono l’offerta è vero, ma non basta […]. Quindi, penso anche ad essi. Questi sono i primi poveri…».

Per i suoi missionari: non voleva che gravassero sulla famiglia, anzi, in qualche caso ha pure dato aiuti alle famiglie. Per esempio, p. V. Sandrone ha lasciato scritto: «Quando poi giunsi a Roma [dall’Albania] carico di malaria, non bastandomi la cinquina per aggiungere qualcosa al rancio, insufficiente per le mie condizioni di salute, avevo domandato alla famiglia un po’ di denaro che mi fu subito inviato. Lo seppe il Sig. Rettore [l’Allamano]: “E non sei più figlio dell’Istituto – mi rimproverò delicatamente – che ricorri ai tuoi per aver denaro? Lo sai che sono necessità; non fare così un’altra volta”. E mentre mandava a me altro denaro ricompensava la famiglia per quanto aveva inviato».

Non ha mai perso il sonno.

Come si vede, l’Allamano era un uomo staccato dal denaro, ma attento alle necessità altrui. La ragione della libertà interiore va ricercata nel suo spirito di fede e nella sua illimitata fiducia nella Provvidenza. Durante la guerra mondiale, in un periodo difficile dal punto di vista economico, ha fatto questo commento: «La Consolata ha fatto per questo Istituto dei miracoli quotidiani; ha fatto parlare le pietre, non avete visto ha fatto nevicare denari, non avete visto, voi dormivate. Nei momenti dolorosi la Madonna interveniva in modo straordinario, ho visto molto, molto […]. Il non avere mai lasciato accadere alcuna disgrazia, il pane quotidiano … e… anche per questo vedete, lascio l’incarico alla Madonna, per le spese ingenti della Casa, e per le Missioni, vedete, non ho mica mai perduto il sonno o l’appetito, glielo dico, pensateci voi, se fate bella figura siete voi, io me ne vado».

Questa serenità interiore lo rese maturo umanamente e spiritualmente. La gente si fidava di lui e gli offriva aiuti, perché sapeva dove andavano a finire. Lui era libero interiormente. Non pensava a sé, ma era attento alle necessità altrui in modo non comune.

Il suo motto era: “Il denaro serve per fare del bene, non per stare bene”!

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